A tutti i comandi zona. 24 aprile 1945

Comunicasi il seguente telegramma: ALDO DICE 26 x 1 Stop

Nemico in crisi finale Stop Applicate piano E 27 Stop Capi nemici et dirigenti fascisti in fuga Stop Fermate tutte macchine et controllate rigorosamente passeggeri trattenendo persone sospette Stop Comandi zona interessati abbiano massima cura assicurare viabilità forze alleate su strade Genova-Torino et Piacenza-Torino Stop

In ordine sparso

I pensierini di Aldo



In un’intervista su Rete4, Ignazio La Russa, parlando degli anni Settanta ha riconosciuto lo stesso slancio ideale suo e dei suoi camerati agli avversari politici di allora. Per quanto ne so, i suddetti avversari, che hanno sempre visto (e continuano a vedere) i fascisti come servi del potere, non capiscono di cosa stesse parlando.


In attesa della commissione di inchiesta parlamentare, sulla Diaz si sta facendo strada una sconcertante verità: non furono gli agenti di Ps i responsabili della cosiddetta macelleria messicana, ma gli stessi occupanti della scuola. Secondo alcune nuove testimonianze, i giovani presenti nella scuola si procurarono da soli le ferite, scagliandosi contro muri e caloriferi e, in alcuni casi, gettandosi di testa sui manganelli degli inermi e stupefatti poliziotti. Il tutto con il chiaro intento di screditare le forze di polizia, intervenute nella scuola genovese solo per sincerarsi che la sistemazione all’interno della scuola fosse idonea ad assicurare l’adeguato comfort ai manifestanti.


A proposito della Diaz, strepitoso Gianfranco Fini che, nel corso di Otto e mezzo, la trasmissione condotta da Lilli Gruber su LA7, ha parlato di “caserma Diaz”. Più che freudiano, un lapsus cileno.


26 aprile, prima pagina di Repubblica: “25 aprile: a Milano insulti alla brigata ebraica”. Pagina 4: “25 aprile, tensione a Milano. Brigata ebraica contestata, i filo palestinesi: ‘via i sionisti’. Ecco come un episodio marginale cancella una manifestazione di 50 mila persone. Questo sì che è giornalismo.


Nelle ore e nei giorni dopo gli incidenti del primo maggio a Milano, i cosiddetti organi di informazione grondano retorica e scempiaggini: per non parlare dei politici. I pochi che provano ad andare oltre sono perlopiù derisi, se non insultati. A gran voce si invocano provvedimenti urgenti, leggi ad hoc. C’è grande disponibilità a rinunciare a un pochino di democrazia pur di porre un freno allo scempio. Si comincia così e … si sa dove si va a finire.


A 8 e mezzo, Lilli Gruber ha chiesto al responsabile nazionale dell’ordine pubblico Forgione se non si possono proibire le manifestazioni in concomitanza con determinati eventi. Il “mite” (così si autodefinisce) Severgnini del Corsera gli domanda invece perché la polizia non ha circoscritto i facinorosi, chiuso le vie di uscita e intervenuta come si deve. Insomma, giù mazzate. Forgione ha cercato di spiegarglielo, ma il “mite” Severgnini non si è convinto. Per la prima volta in vita mia ho provato comprensione per un poliziotto.


Il ministro dell’interno Angelino Alfano commenta: “Ieri in piazza ho visto farabutti con il cappuccio e figli di papà col Rolex”. Il figlio di Lupi era tra i black bloc?


La Rolex pubblica una pagina per protestare contro l’accostamento dei suoi orologi ai Black Bloc. Si vocifera di una protesta ufficiale anche della Bic per il riferimento al cappuccio.


Sentita da un renziano: “I rivoluzionari odiano i riformisti. Un vero rivoluzionario ammazzerebbe prima un riformista di un fascista”. Come sempre, dipende.


Su Repubblica, intervista a un anonimo esponente della Rete No Expo: quando Massimo Pisa gli chiede se all’interno del movimento si sa chi sono i black bloc, l’anonimo risponde di non chiedergli distinguo, “ci sono compagni in galera”. Questa mi sembra di averla già sentita tanto tempo fa e di non essere stato d’accordo nemmeno allora.


Lo stesso anonimo esponente sostiene che “la storia di controllare un corteo di 30 mila persone, del servizio d’ordine, queste cose qua non esistono più. Ma non alla MayDay, in qualunque manifestazione”. Nello stesso giorno, sempre su Repubblica, Michele Serra, pur prendendone le distanze, sembra quasi rimpiangere i “… servizi d’ordine molto efficienti. Che avevano la mano pesante, spesso molto pesante, con chi cercava di impadronirsi del corteo. Non era un bello spettacolo nemmeno quello”. E poi dice che l’inermità dei cortei di oggi di fronte ai black bloc è insostenibile e che “chi organizza un corteo deve organizzarne anche la leadership: perché questa è la politica”.


Ignazio La Russa se la prende con il May Day: “Ne ho esperienza, quando un corteo non vuole che ci siano violenti, si ferma e li espelle”. Ah, sì, come quello fascista del 1973 a Milano, dal quale partì la bomba a mano che uccise l’agente Antonio Marino. C’era anche lei, vero, La Russa?


Poco dopo questa dichiarazione, riporta Repubblica che dal corteo di Fratelli d’Italia e Forza Italia guidato da La Russa e company parte un cortese invito a ragazzo con capelli rasta: “Lercio, vai a lavarti. Siete la rovina d’Italia”. Pare che a fermarli non sia stato il corteo, ma la polizia.


Il ministro Alfano dopo lo sciopero della scuola: “Sulla riforma della scuola ci sono proteste di sinistra perché si fanno cose di centrodestra”. Angelino, la voce dell’innocenza.


Una volta c’erano gli intellettuali di sinistra al fianco dei proletari. Poi sono arrivati i radical chic a sostenere le lotte democratiche. Oggi gli chic (senza radical) tengono per Renzi.

Ci sono pozzi di cui proprio non si vede il fondo.


Quello che non mi piace dei black bloc non è solo la violenza inutile contro le cose o l’atteggiamento un po’ vigliacco di celarsi all’interno di cortei che non hanno nulla a che spartire con loro. È il non avere un programma politico, qualcosa da costruire, il che permette la presenza tra i “neri” di infiltrati, provocatori e canaglie. Questo offende l’idea stessa di legittima protesta (pacifica o meno che sia). E offende anche l’intelligenza umana, quella che dovremmo avere tutti, persino i black bloc.


Sarebbe bello credere che i recenti fatti di Milano abbiano dimostrato un nuovo atteggiamento delle forze dell’ordine: meno repressivo, più selettivo, pensato. Ma il dubbio che la Corte europea dei diritti dell’uomo lo abbia provocato con le sue reprimende è duro da superare.


Gli chic (ormai non più radical) si preoccupano molto delle scritte sui muri e dei disagi di chi fa shopping. È legittimo. Lo è meno fregarsene, in virtù del proprio benessere, della miseria e della disoccupazione. Lo è ancora meno proporre che le proteste (tutte, anche quelle pacifiche) si svolgano fuori dai centri storici, un po’ più in là, dove non possano disturbare nessuno. È un modo di limitare la libertà di sciopero, garantita dalla Costituzione e di nascondere la violenza e la miseria. La violenza del potere, che priva tanti cittadini dei diritti (al lavoro, alla casa, alla scuola, a esprimere la propria opinione) e la miseria di chi questa violenza subisce. È un modo che gli chic usano per lavarsi la coscienza: un po’ come quei ricchi londinesi di due secoli fa che volevano togliere i mendicanti dalle strade della capitale inglese, mettendoli in prigione, per non essere disturbati dalla loro vista.


Salvini (e ormai non più solo lui) vorrebbe che gli emigrati venissero aiutati senza consentirne lo sbarco. Una nuova edizione dell’ebreo errante, come lui condannato a un castigo eterno: lo straniero non sbarcante.


Abbandonate le slides e il telecomando, Renzi spiega la riforma della scuola con lavagna e gessetto. Di questo passo quando dovrà illustrare la riforma della pubblica amministrazione cosa utilizzerà, le tavolette di cera?


Fateci caso, anche la mobilitazione contro la riforma della scuola è stata subito definita dai rappresentanti della maggioranza di governo uno sciopero politico. Ormai succede ogni volta che c’è una manifestazione sindacale. Esattamente come accadeva con il governo Berlusconi.


La verità è che hanno ragione. Lo sosteneva anche un pezzo da novanta del Pci come Pietro Secchia, che diceva: “Ogni azione collettiva degli operai, dei lavoratori, anche se limitata alle semplici rivendicazioni economiche, è di per se stessa un atto politico, una lotta politica (e gli industriali la considerano come tale) perché indica il grado di unità, di coesione, di coscienza della classe operaia e quindi la sua forza”.


Sarà anche l’acronimo di Medium altitude/Long endurance, ma che il drone europeo, frutto di un accordo tra i ministri della difesa italiano, francese e tedesco, si chiami Male evoca scenari poco piacevoli. Come minimo induce a gesti apotropaici. Tra l’altro, se si tratta di un ricognitore, a che gli serve la robusta capacità di carico?

 

Silvio Berlusconi ha detto che la sentenza della Corte costituzionale sulle pensioni va rispettata fino in fondo. Ma non era un covo di comunisti?

 

“Vogliamo una scuola autonoma, responsabile e valutabile. Sono i principi della sinistra italiana progressista e illuminata”. Parola del ministro Giannini, neoiscritta al Pd. E se lo dice lei che arriva da Scelta civica…

 

Parola di autorevoli commentatori: quelli che scendono in piazza a contestare i comizi di Salvini fanno solo il gioco del segretario della Lega. Siete proprio ingenui, come fa a venirvi in mente di protestare. Dai, state a casa che sennò lui fa la vittima e prende un sacco di voti. Anzi, d’ora in avanti stiamo tutti a casa qualsiasi cosa succeda. Déjà vu.


Piccola perla tratta da Sette, il magazine del Corriere della Sera, che come tutti i magazine che si rispettino ha una rubrica di recensioni librarie. Numero dell’8 maggio, rubrica Piaceri&Saperi Saggistica, curata da Dario Gabutti. Al piede della pagina, la breve presentazione di “Così era il Vietnam”, di Nick Turse, edito da Piemme: “Come la pubblicità buona e quella cattiva, ‘e vedi un po’ tu quale preferisci’, anche la storia in generale e quella del Vietnam in particolare si può raccontare in due modi, poi uno decide quale gli conviene. C’è il Vietnam di Rambo e dei neocon, dove i cattivi sono Ho Chi Minh, Pol Pot e il presidente Mao; e c’è il Vietnam dei liberal, compreso Nick Turse, giornalista investigativo e autore di ‘Così era il Vietnam’, dove i cattivi sono Pentagono, Casa Bianca e ogni singolo militare americano, addestrato (al pari del marine Palla di Lardo in ‘Full Metal Jacket’) a ‘sparare a tutto quel che si muove’. Come ogni storia, anche la guerra vietnamita ha due facce, entrambe somiglianti. È probabilmente vero che la strage di My Lai non fu un caso isolato. Non è meno vero che il tentativo di fermare il comunismo asiatico fu sensato e generoso”. Avete capito quale modo di raccontare la storia conviene a Gabutti?