A tutti i comandi zona. 24 aprile 1945

Comunicasi il seguente telegramma: ALDO DICE 26 x 1 Stop

Nemico in crisi finale Stop Applicate piano E 27 Stop Capi nemici et dirigenti fascisti in fuga Stop Fermate tutte macchine et controllate rigorosamente passeggeri trattenendo persone sospette Stop Comandi zona interessati abbiano massima cura assicurare viabilità forze alleate su strade Genova-Torino et Piacenza-Torino Stop

Verità, ideologia e revisionismo storico: Mi sembra ergo sum

Un pensiero debolissimo


Cartesio si starà rivoltando nella tomba (e insieme a lui una nutrita truppa di filosofi di tutti i tempi).

Il suo famoso motto – cogito ergo sum – che prima di tutto rappresentava la celebrazione delle capacità intellettive umane, viene ogni giorno, e con crescente violenza, sbeffeggiato.

Vi sarà certamente capitato di vedere durante un qualsiasi dibattito televisivo uno o più personaggi pubblici opporre a studiosi ed esperti di varie materie la seguente obiezione: «Lei sarà pure un esperto, ma io credo a quello che vedo».

Bravi! Perché dedicare tempo allo studio o al pensiero quando basta un’occhiata intorno a noi, come sostengono la Santanché o Gasparri (e con loro molti altri politici non solo di destra) per comprendere appieno la realtà e, soprattutto la verità, quella oggettiva ovviamente.

D’altronde oggi, in televisione, ma anche nella vita di tutti i giorni, grazie a un bombardamento mediatico che dura ormai da trent’anni, si è consolidato il rispetto per un nuovo credo, sintetizzato dalle parole: «Sono ignorante, e me ne vanto!»

Perché leggere giornali, libri, approfondire con lo studio questioni cardine della nostra vita di esseri umani, porsi problemi etici o sociali, quando basta guardare e trarre logiche conclusioni. Logiche si fa per dire: ci sono un sacco di disoccupati, dal che si deduce che i giovani non hanno più voglia di lavorare; intere popolazioni fuggono da guerre e devastazioni compiendo viaggi terrificanti e li si considera dei poco di buono che vengono in Italia con la sola aspirazione di delinquere per fare una vita comoda; la produzione langue e le aziende abbandonano il paese e l’unica cosa che ci viene in mente è che ciò accade perché la forza lavoro di altri paesi ha deciso di svendersi: «Tanto loro, una tazza di riso e son contenti!»; Renzi, questa nuova speranza dell’umanità, dà ottanta euro e promette cose che mai potrà realizzare, raggiungendo così il consenso necessario per trasformare l’Italia in un paese dal pensiero unico: il suo.

Sì, perché anche Renzi è uno dei professionisti del «mi sembra ergo sum», con la differenza che per lui il «mi sembra» è diventato «sono sicuro».

Bene, per tutti quelli che se la sono bevuta, ho una brutta notizia. La realtà è molto più complessa, non basta guardare per comprenderla e neppure trarre conclusioni balzane per cambiarla. Conoscere, studiare ed elaborare, e lottare per il cambiamento sono ancora i cardini irrinunciabili della pratica umana.


I fautori del «mi sembra ergo sum», sono guidati anche da un’altra assurda certezza: che non esistano più le ideologie.

Come è noto (o meglio, dovrebbe essere noto) l’ideologia, per dirla in termini sociologici e non marxisti (Dio me ne scampi, magari poi qualcuno capisce che nonostante tutto esistono ancora i comunisti), è il complesso di credenze, opinioni, rappresentazioni, valori che orientano un determinato gruppo sociale (Enciclopedia Treccani). Qualcuno ha la faccia tosta di dire che questo non corrisponde più a verità? Ma se questo è vero, come si può sostenere che le ideologie sono morte? Be’ un’altra brutta notizia per i nostri filosofi della domenica: il sostenere che le ideologie sono defunte (comunque le si intenda – certezze, mistificazioni, verità dimostrate, falsa coscienza), è di per se stesso una enunciazione ideologica. Curioso, no? Nel momento in cui si nega qualcosa, con l’atto di negarla la si afferma. Miracoli del pensiero umano, di quello serio, che non si accontenta di vedere, ma vuole anche capire.


Dal «mi sembra ergo sum» e dagli «equivoci» sull’ideologia il passo è breve per arrivare a quel fenomeno che da tempo caratterizza la posizione di gran parte della politica nostrana nel tentativo di negare strumentalmente le differenze tra destra e sinistra, tra sfruttatori e sfruttati, tra aguzzini e vittime.

Tutta la destra (ma anche gran parte del centrosinistra) pensano alla società italiana come a una grande famiglia, con grandi differenze di censo, di potere, di diritti, ma unita nel nome del «volemmose bene» e della favola degli «italiani brava gente».

Noi non siamo diversi dagli altri popoli, né nei loro confronti, né al nostro interno. Abbiamo responsabilità storiche gravi (ci siamo dimenticati del colonialismo e del fascismo?) e meriti grandiosi (la Resistenza vittoriosa al nazi-fascismo). E come gli altri popoli contiamo tra noi uomini giusti e belve immorali, padroni e servi, oppressori e ribelli. Tutte persone, guarda caso, che appartengono a gruppi sociali con interessi diversi e spesso inconciliabili.


Il discorso sulla pacificazione tra questi gruppi sociali riaffiora puntualmente a ogni 25 aprile. Quest’anno, nel settantesimo anniversario della Liberazione, a sostenere la necessità di superare le divisioni, di equiparare fascisti e partigiani, di praticare l’interclassimo, ci ha provato Mediaset, la televisione berlusconiana, con una rassegna di film scelti in base a un evidente intento ideologico, mistificatorio e anticomunista.


La rassegna, dal titolo «Storie di libertà», dichiaratamente legata alla ricorrenza del settantesimo, ambisce però – ma che strano… – a non parlare solo della Resistenza, ma a dare un quadro più completo del periodo. Ecco l’elenco dei film in programmazione:


Il delitto Matteotti, di Florestano Vancini

Film d’amore e d’anarchia, di Lina Wertmüller

Il mandolino del capitano Corelli, di John Madden

El Alamein - La linea del fuoco, Enzo Monteleone

Il partigiano Johnny, di Guido Chiesa

Uomini e no, di Valentino Orsini

Il federale, di Luciano Salce

Achtung! Banditi!, di Carlo Lizzani

Il generale Della Rovere, di Roberto Rossellini

Salvo D’Acquisto, di Romolo Guerrieri

I piccoli maestri, di Daniele Lucchetti

Dieci italiani per un tedesco (via Rasella), Filippo Walter Ratti


La prima ovvia considerazione è che, vabbè il quadro d’insieme, ma di film sulla Resistenza ce ne sono pochini: 6 su 12, 2 dei quali narrano più che della Resistenza, della repressione nazista a Roma. E dei restanti quattro (Il partigiano Johnny, I piccoli maestri, Uomini e no, Achtung! Banditi!) almeno i primi due sono molto critici rispetto al ruolo dei comunisti nella lotta di liberazione.


La seconda obiezione sulla «sincerità» della rassegna riguarda alcuni dei commentatori dei film. Per esempio, l’ex sindaco di Milano, Letizia Moratti, si suppone legittimata, visto che non è uno storico, dal fatto che il padre, partigiano bianco con Edgardo Sogno, è stato per un certo periodo internato a Dachau. Il che comunque, potrebbe essere un elemento di valutazione sul defunto genitore e non sulla figlia imprenditrice e membro del centrodestra. O Arrigo Petacco, già sostenitore della tesi che, contrariamente alle sue stesse parole, Mussolini non avrebbe avuto parte diretta nell’omicidio di Matteotti. Nel commento a uno dei film, Petacco si è prodigato in un tentativo di equidistanza criticando da una parte l’enfasi posta in alcuni periodi nella celebrazione resistenziale e dall’altra l’anticomunismo viscerale e le calunnie antipartigiane di autori revisionisti come Pansa, dicendo che entrambi gli appaiono un po’ esagerati. E infine lo stesso Giampaolo Pansa che ha ripetuto il suo offensivo giudizio che mette sullo stesso piano gli assassini repubblichini fascisti e i combattenti per la libertà.

Ma al di là della scelta dei film e degli interventi l’aspetto più grave, profondamente ideologico, della rassegna sta proprio nel tentativo di sostenere che il revisionismo storico italiano rappresenti un punto di vista legittimo e non un’aperta mistificazione della storia. Nel solito, insopportabile, tentativo delle destre, con il pretesto del rifiuto delle ideologie, di equiparare chi ha lottato per la libertà, l’eguaglianza e il bene degli oppressi a chi si è posto come solo obiettivo quello di perpetuare il privilegio di pochi grazie allo sfruttamento e alla negazione di ogni diritto alla maggioranza del popolo italiano.


Planchet