A tutti i comandi zona. 24 aprile 1945

Comunicasi il seguente telegramma: ALDO DICE 26 x 1 Stop

Nemico in crisi finale Stop Applicate piano E 27 Stop Capi nemici et dirigenti fascisti in fuga Stop Fermate tutte macchine et controllate rigorosamente passeggeri trattenendo persone sospette Stop Comandi zona interessati abbiano massima cura assicurare viabilità forze alleate su strade Genova-Torino et Piacenza-Torino Stop

L’arroganza del potere


L’arroganza non paga. Così almeno sembra a giudicare dai due milioni di voti persi dal Pd alle elezioni regionali. Ma l’arroganza è dura a morire e, malgrado i numeri, si nega la batosta o si dà la colpa ad altri. Come in Liguria, dove si addebita l’insuccesso al “tradimento” del fuoriuscito Pastorino e non all’inadeguatezza di una candidata che è riuscita a farsi superare persino da un Toti qualunque. Ed è l’arroganza che impedisce di vedere che quel quasi 10 per cento raggiunto dalla lista Pastorino è il sintomo del bisogno di una sinistra che non si riconosce nelle politiche centriste e filo padronali renziane.

Un’arroganza che, ben lungi dall’essere solo un tratto caratteriale, tradisce l’obiettivo di porre un limite sempre più rigido ai diritti democratici, in una miscela micidiale di liberismo, peronismo d’accatto e malcelato autoritarismo. In un disegno nel quale il parlamento è solo lo zelante esecutore delle scelte del governo, anzi del suo leader; dove il sindacato è unico (si badi bene, non unitario: unico) e sottomesso alle esigenze del padronato, delle quali il governo è l’interprete e l’esecutore; dove la Consulta non valuta le leggi in base alla loro legittimità costituzionale, ma alla loro rispondenza alle politiche economiche e finanziarie dell’esecutivo; dove la scuola torna a essere di classe e si uniforma non alle necessità culturali e scientifiche del paese, ma a quelle del mondo imprenditoriale; dove si colpiscono i redditi dei pensionati, ma non le grandi rendite capitalistiche, né l’evasione fiscale; dove un astensionismo del 50 per cento degli aventi diritto al voto non viene considerato un vulnus democratico, ma un fenomeno fisiologico di scarso peso.

Un’evoluzione autoritaria che affonda le sue radici nel ventennio berlusconiano (basterebbe pensare all’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, cavallo di battaglia dell’ex cavaliere e del suo ministro Sacconi, non a caso oggi esponente di una delle forze della maggioranza di governo) e ha una inquietante assonanza con  il piano di rinascita nazionale della P2 di Licio Gelli.


Aramis